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Restauro chiesa SS. Apostoli Verona

Restauro chiesa SS. Apostoli Verona

Restauro chiesa SS. Apostoli Verona 

RESTAURO CHIESA: CHIESA SS. APOSTOLI   VERONA 

RELAZIONE  FINALE – INTERVENTO RESTAURO SULLE  ARCHE FUNERARIE SECOLO XIV 

Cenni storici sulla Chiesa SS. Apostoli di Verona

La chiesa dei Santi Apostoli è una delle poche ricordate dal Ritmo Pipiniano datato 781-810, con l’antica dedicazione ai S.S. Pietro e Paolo. Di fondazione paleocristiana, era una delle quattro pievi battesimali di Verona. La chiesa allora si trovava fuori dalle mura della città, nel quartiere di Falsorgo, borgo detto di San Zenone in epoca comunale. L’edificio di culto venne consacrato nel 751 e riconsacrato nel 1160 quando vennero trovati i presunti corpi di Teuteria, figlia del re d’Inghilterra che si dice fuggisse dalle insidie di Osvaldo, pretendente indesiderato, e Tosca, sorella di San Procolo, che si era qui ritirata in preghiera.

La Famiglia Bevilacqua, il cui palazzo si trova nelle immediate adiacenze prospiciente l’attuale Corso Cavour, quello che in epoca romana era l’ingresso della via Postumia in città divenendone il decumano massimo a partire dalla Porta dei Borsari, acquisisce il giuspatronato sulla chiesa delle Sante Teuteria e Tosca e qui vi porterà le proprie sepolture.

Nel 1077 la pieve aveva il titolo di basilica con arciprete e canonici e risale alla prima metà del XII sec. la ricostruzione completa della fabbrica; il vescovo cardinale Adelardo II° la consacrò il 20 marzo del 1194; a quest’epoca risale il campanile romanico, nato quasi sicuramente staccato dalla pieve e poi via via inglobato con la costruzione delle cappelle laterali e dei locali attorno all’abside. La pieve è stata più volte rimaneggiata fino al XVIII sec. ed ha subito notevoli danni dai bombardamenti della seconda guerra mondiale. Della costruzione romanica rimangono le murature esterne, le absidi e il campanile, mentre l’interno è stato totalmente rimaneggiato e probabilmente innalzato già nel ‘300 con la trasformazione della chiesa probabilmente nata a tre navate, ad una unica. L’impianto romanico a tre navate è palesato nei contrafforti rimasti sulla facciata, così come le mensole sopra l’architrave di ingresso evidenziano la preesistenza di un propileo pensile.

Della zona absidale rimane l’abside maggiore, costituita da conci ben squadrati di pietra di Avesa, in parte ricostruiti dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale, di forma allungata e ornata all’esterno da semicolonne con capitelli corinzi che sostengono una cornice aggettante con mensoloni. L’abside appare obliqua rispetto all’asse della chiesa lungo la navata, tema che si ritrova in altri edifici sacri pare a simboleggiare il capo reclinato di Cristo sulla croce. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, a seguito dei lavori di restauro a causa del bombardamento, alla profondità di 6 metri fu rinvenuta la struttura semicircolare di un’abside più antica, sottostante l’attuale organo, segno di una precedente struttura di epoca paleocristiana.

Le visite pastorali del XVI e XVII sec. forniscono notizie sui vari rifacimenti e modifiche subiti dalla fabbrica, le cappelle interne, gli altari ecc.

Nell’anno 1700, il giorno di Pentecoste, la Chiesa dei Santi Apostoli venne riconsacrata. Durante tutto il secolo successivo fu sede di confraternite. Nel 1705 viene rialzata e in questa occasione la volta della chiesa fatta ex-novo oppure rifatta, poi con l’apertura delle finestre laterali subisce ulteriori modifiche. I numerosi restauri, soprattutto quelli eseguiti dal 1913, sotto la direzione del Da Lisca, portarono alla scoperta di mosaici, pavimenti romani, disegni geometrici e monete del IV secolo, mettendo in luce molte delle strutture originarie. Tali ritrovamenti, insieme alla riesumazione dei corpi delle due sante e dei resti di altri corpi, portarono a formulare l’ipotesi che l’edificio fosse sorto su di una serie di tombe romane patrizie, data la presenza in zona di altre costruzioni sepolcrali.

I vari interventi di rinnovo sulla chiesa

Le fonti citano nel tempo vari interventi di rinnovo o restauro della pieve:

  • 1744 si parla di una chiusura della chiesa per essere rinnovata;
  • 1814 circa, è restaurata la casa parrocchiale e in quella occasione sono imbiancate la chiesa e la sacrestia;
  • 1840 circa, un disegno trovato nell’archivio parrocchiale parla del rifacimento della pavimentazione;
  • 1890-1891 chiusura della chiesa per restauri, in questa occasione la volta viene decorata con riquadri a stucchi e dorature;
  • 1923 restauro della copertura che nei documenti dell’epoca è definita pericolante;
  • 1945 l’incursione aerea del 4 gennaio provoca ingenti danni alla chiesa e al tetto che viene immediatamente riparato riutilizzando le capriate esistenti.
  • 1984 lavori di manutenzione sul fabbricato della Chiesa e delle cappelle laterali; nella relazione conclusiva il tecnico che ha diretto i lavori dichiara che dal controllo delle strutture di copertura è emerso un discreto stato conservativo con l’esclusione della zona della “cereria” nella quale si sono sostituite alcune travi di legno. In tale occasione si rifecero anche gli intonaci esterni rimuovendo quelli esistenti e mettendone in opera altri di natura cementizia.

BIBLIOGRAFIA

  • VV, La venerabile pieve dei Santi Apostoli in Verona, Parrocchia dei Santi Apostoli,Verona, 1994
  • F.Benini, Le Chiese di Verona: guida storico-artistica, Verona, 1995
  • F.Viviani, Chiese di Verona, Società Cattolica di Assicurazione, Verona, 2002
  • Gemma Brenzoni, La Chiesa dei Santi Apostoli e il sacello delle Sante Teuteria e Tosca, Verona, 2012

Facciata e lato ovest della Pieve

Il restauro della facciata e dei paramenti esterni della Pieve, soprattutto delle antiche arche appoggiate al lato della chiesa prospiciente Piazzetta S. Apostoli, era stato procrastinato data la concomitanza di cantieri limitrofi che hanno non poco contribuito allo stato di degrado generale che si è via via esteso a tutta la zona negli ultimi anni. Quasi terminati tali lavori, si è potuto iniziare il cantiere di restauro dei paramenti esterni, al termine del quale appare ancor più opportuno procedere alla valorizzazione dell’intera area, area che dovrebbe diventare inaccessibile alle automobili in tutta la sua estensione: vedere una decina di automobili perennemente addossate alle murature esterne dell’abside della Pieve e del sacello delle S. Teuteria e Tosca appare di per sé degradante.

L’inizio del cantiere per la restaurazione della chiesa

Restauro chiesa: il cantiere è iniziato con il consolidamento degli intonaci esterni della parte alta del lato ovest e della facciata: pur non presentando particolari caratteristiche estetiche, essi si trovavano in discreto stato di conservazione, tranne nelle zone dove l’acqua meteorica è penetrata, provocandone il rigonfiamento e il distacco. Si è quindi agito su tali parti consolidando e ricucendo, con impasti a base di calce; infine si è proceduto con la stesura di una velatura, sempre a base calce, riprendendo il colore presente che si è così ravvivato, ma che nell’arco di qualche stagione ritornerà come era. Tale intervento ha contribuito a riportare una lettura ben chiara delle fasi costruttive della Chiesa, mettendo in evidenza la parte romanica in basso, scandita dai contrafforti quadrangolari a cuspide richiamanti l’antica disposizione interna a tre navate, da quella sopraelevata in epoca più recente.

Sempre sulla facciata della Chiesa, si è proceduto alla pulizia delle parti lapidee e in mattoni, che scandiscono la facciata, oltre che del portale in pietra bianca, caratterizzato dalle spalle ed architrave, con raffinate decorazioni, più probabilmente parti di un precedente monumento riutilizzate con la riedificazione della chiesa in epoca romanica. Oltre alla pulizia e consolidamento, si è proceduto alla rimozione delle stuccature cementizie con le quali erano stati stilati tutti i giunti e ricoperte le parti sommitali in mattoni dei contrafforti.

Le nuove stuccature, utilizzando un impasto costituito da calce e polvere di marmo, sono state poi riequilibrate cromaticamente con velature sempre con tinte a calce. Durante la fase di pulizia si è notato che diversi conci di pietra di Avesa, con profonde lesioni e mancanze di materia, presentavano delle macchie rossastre tipiche di quando questa pietra calcarea viene sottoposta ad elevate fonti di calore: probabilmente il bombardamento del 1945, che ha colpito anche il tetto della Chiesa, ha provocato tali fenomeni di riscaldamento eccessivo, con conseguente rottura dei conci ed alterazione della cromia.

Le condizioni di maggior fatiscenza sono state riscontrate con un aumento progressivo del degrado man mano che ci si avvicinava alla quota di calpestio. Ciò è stato sicuramente dovuto all’azione dell’ acqua meteorica ma anche all’azione dell’uomo: biciclette e motorini appoggiati ai paramenti murari, nonché le stesse arche usate come giacigli notturni, hanno accelerato lo stato di degrado, al quale certamente si è posto immediato rimedio con il restauro ma che nel futuro solo un rinnovato senso civico potrà garantire la conservazione.

Restauro chiesa: restaurazione dell’abside

Il restauro dell’abside della Chiesa dei Santi Apostoli è stato eseguito negli ultimi mesi del 2013; si è trattato soprattutto di una pulizia dei paramenti lapidei, costituiti da pietra calcarea di Avesa, della rimozione delle stuccature cementizie e il rifacimento con impasto a base di calce e polvere di marmo per arrivare alla protezione finale a base di silossano. Questa parte del complesso ecclesiastico, costituita da una muratura in conci di pietra alternata a mattoni, presenta diversi elementi di recupero di epoca romana.

La ghiera curvilinea alla base dell’abside stessa ne è la prova. Rimane comunque la parte maggior conservata della fabbrica romanica costituita anche da diversi elementi di spolio di epoca precedente (coronamento con chiari elementi di epoca longobarda ad es.). Vi è anche un’edicola con due colonnette laterali di stile corinzio, poggianti su mensole fogliate aggettanti , le cui fasce decorative risalgono ad epoca longobarda, contenente un crocefisso ligneo di pregevole fattura settecentesca.

Come detto oltre alla pulizia e consolidamento, si è proceduto alla rimozione delle stuccature cementizie con le quali erano stati stilati tutti i giunti. Le nuove stuccature, utilizzando un impasto costituito da calce e polvere di marmo, sono state poi riequilibrate cromaticamente con velature sempre con tinte a calce. Sono stati parzialmente coperti, con un impasto a base di calce posto inclinato in modo da far defluire all’esterno l’acqua piovana, i fori (forse pontali) in corrispondenza delle fasce in mattoni, così da impedire ai piccioni di appoggiarvisi sporcando il paramento, senza però cancellare in alcun modo la traccia di tali ritmiche forature che danno una lettura del paramento lapideo ancora più interessante. 

Restauro chiesa: antiche arche

Le due tombe ad arca addossate all’esterno della Chiesa, memoria dell’area cimiteriale extra moenia che fin dal tempo dei romani occupava tale sito, necessitavano di un intervento innanzi tutto di pulizia delle superfici esterne ma anche di consolidamento dei materiali, in molti casi fratturati e che negli anni sono stati restaurati con materiali incongrui (stuccature cementizie) che ne hanno compromesso la conservazione.

La tipologia costruttiva è quella delle tombe di personalità importanti in uso nel 1300/1400, addossate agli edifici religiosi, con l’apparato decorativo finemente scolpito nel marmo sui fronti esterni mentre più semplificato sui lati interni.

La prima arca che si trova a partire dalla facciata della chiesa, nonché la più antica delle tre, appartiene alla famiglia Da Pilcante: suo membro fu Franchino, capitano nell’esercito di Cansignorio, Bartolomeo e Antonio Della Scala, morto nel 1380. Essa è costituita da una cassa rettangolare ricavata da un blocco di Rosso Verona con soprastante coperchio del medesimo marmo, sormontata da un baldacchino con volta a botta parrebbe di più recente costruzione, sorretta ai lati da una coppia di colonne, sempre in Rosso Verona. Sul coperchio vi è incisa la scritta “FAMIGLIA DE PILCANTE” e sotto vi è inciso a bassorilievo lo stemma di famiglia. Questa arca proviene dalla soppressa chiesa di Sant’Antonio, nell’isolato posto tra Via Marconi e Pradavalle, e pare fungesse da protiro all’ingresso laterale di tale edificio.

La seconda arca, svolgendo lo sguardo verso il lato della chiesa dalla piazza si trova sulla destra della torre campanaria, ritenuta appartenente a Fiorino Fiorini, morto nel 1454 e da lui stesso commissionata finché era in vita, è sempre composta da una cassa rettangolare ricavata dall’accostamento di quattro lastre in pietra rosa, in questo caso appoggiate su di uno scalino sempre in pietra (mentre la prima poggia direttamente sulla pavimentazione esterna), sormontata da una copertura a timpano con volte a botte. Sulla pietra esterna della cassa vi è uno stemma a bassorilievo dove sono leggibili tre fiori con una fascia ed un’iscrizione ormai divenuta illeggibile. Il medesimo stemma lo troviamo sul capitello delle due colonnine anteriori, di probabile rimpiego.

La terza arca, sulla sinistra della torre campanaria, apparteneva alla famiglia Zavarise. Sul coperchio è ancora leggibile la scritta “SEP. NOB. DE ZAVARISIIS”. Famiglia nobile di cui si trovano tracce fin dal 1200, che abitava nella contrada di “Ferraboi” e che nel XV° sec. ebbe diversi suoi membri a capo di cariche governative. Anche questa, come la seconda, appoggia su di uno scalino sempre in pietra ma molto deteriorato, con diverse fratture. Qui il coperchio, in Rosso Verona, è lavorato con due spioventi e coperto sempre da una volta a botte e timpano anteriore: tra il timpano e la ghiera in pietra vi è scolpito l’Agnus Dei. Questa tomba fu danneggiata con i bombardamenti del 1945 ed in seguito, nel 1954, oggetto di un incidente, quando un camion, facendo manovra, la urtò facendone crollare il baldacchino che venne poi ricostruito. 

Il progetto di restauro della chiesa

La metodologia di intervento individuata per le arche è stata simile, dato che tutte sono costituite dai medesimi materiali lapidei e tutte versavano in condizioni di estrema sporcizia e degrado, presentando segni di precedenti interventi abbastanza maldestri, con abbondante uso di cemento per le stuccature delle parti fratturate. Si è previsto quindi di operare con le seguenti fasi:

  • rimozione di depositi superficiali incoerenti a secco con pennelli morbidi;
  • rimozione di depositi superficiali, parzialmente aderenti, con acqua: tale operazione si è potuta eseguire solo in presenza di superfici lapidee compatte e a bassissima imbibizione (ad es. sulle superfici rese levigate dal tempo di Rosso Verona);
  • ristabilimento parziale della coesione mediante impregnazione per mezzo di pennelli, siringhe e pipette;
  • stuccature e microstuccature temporanee, con malta a base di grassello e sabbia fine, nei casi di esfoliazioni, fessurazioni, scagliature e fratturazioni;
  • applicazione di bendaggi di sostegno e protezione, con resina acrilica in soluzione, nei casi di frattura.

Le operazioni di consolidamento dovevano mirare a ristabilire la coesione delle parti in pietra decoese, progressivamente portate alla luce dalla rimozione di sporco ed incrostazioni di varia natura. Con l’avanzare della pulitura si sarebbero dovute trattare le aree di materiale degradato individuate mediante:

  • ristabilimento della coesione mediante impregnazione fino a rifiuto, con silicato d’etile;
  • ristabilimento dell’adesione mediante incollaggio con resine nel caso di fenomeni di scagliature e fessurazioni profonde.

Preliminarmente alle voci sopradescritte, si è previsto di effettuare la rimozione di vegetali superiori e microrganismi con azione meccanica e stesura del prodotto biocida od erbicida, la pulitura meccanica delle superfici dagli attacchi biologici o da quelli di erbe e radici infestanti devitalizzate. Va considerato che il manufatto è all’aperto e quindi più facilmente soggetto al rinnovarsi degli attacchi biologici, pertanto in questo caso le precitate operazioni dovranno essere ripetute nel corso degli anni secondo un ciclo di manutenzione dell’edificio che dovrà essere programmato.

Se l’approccio metodologico è stato pressoché il medesimo per tutte le tombe, ciascuna fase di intervento invece è stata molto diversificata a seconda dello stato di conservazione in cui si presentava il materiale lapideo. Tale complessità è variata in funzione delle caratteristiche di spessore e solubilità dei materiali da rimuovere, dallo stato di conservazione della pietra (qui intendiamo sia il calcare compatto della Lessinia presente nelle arche, o il rosso ammonitico, sia il cosiddetto tufo che in realtà è la pietra di Avesa, un calcare sedimentario molte volte ricco di microfossili) e dalla resistenza chimico/fisica che l’operazione esercita. Questo perché le sostanze riscontrate sul materiale lapideo possono avere un diverso grado di resistenza variabile da zona a zona.

La pulitura doveva essere eseguita quindi gradualmente, utilizzando prima i metodi più adatti alla solubilizzazione delle sostanze meno resistenti ed affrontando poi, progressivamente ed in maniera specifica, le stratificazioni sottostanti, in modo da recuperare la superficie originale, dove questa fosse ancora presente, senza comprometterla. Dopo una prima rimozione dei depositi incoerenti a secco, si è previsto di passare ad un ciclo d’acqua atomizzata a bassa pressione. Un’ulteriore rifinitura è stata programmata con mezzi meccanici (micro sabbiatura di precisione) nei sottosquadri ed angoli particolari, mentre  il progetto ha previsto una pulitura di tipo chimico con applicazioni di compresse di Carbonato d’Ammonio e successivo risciacquo con acqua distillata nelle aree particolarmente annerite o con presenza di croste nere.

Una fase complementare alla pulitura, che può precedere, sovente, la fase di pulitura stessa, si è concretizzata nella rimozione di stuccature ed elementi non idonei applicati in precedenti interventi. Qui le stuccature a base cementizia risultavano assai diffuse e molto profonde: sui coperchi fratturati delle tombe, ad esempio, risultavano di congruo spessore.

In situazioni particolari, in presenza di porzioni pericolanti o già distaccate di materiale che non consentivano sempre una completa pulizia preventiva pena la perdita del materiale stesso, si è reso necessario intervenire con resine epossidiche (nei casi di riadesione di scaglie e frammenti di peso e dimensioni contenute) o mediante impernatura con perni in vetroresina (per frammenti più voluminosi), valutando il singolo caso.

Le operazioni di stuccatura sono state eseguite in considerazione della morfologia e delle dimensioni delle lacune. La microstuccatura è stata considerata indispensabile per la sigillatura delle zone degradate per fenomeni di scagliatura, esfoliazione, pitting, microfessurazione e microfratturazione, ai fini di impedire l’accesso dell’acqua piovana e dell’umidità all’interno della pietra degradata e portare a fenomeni di spaccatura dovuti alla formazione di ghiaccio.

La stuccatura ha previso come operazione finale la revisione estetica tramite l’equilibratura di stuccature ed integrazioni, l’assimilazione al colore della pietra originale di tutte le parti che in realtà non sono lapidee, anche se per gli impasti sono state adoperate polveri di marmo il più possibile simili a quelle del materiale originario e in casi specifici scialbi pigmentati a calce dove era necessario ricomporre un equilibrio cromatico generale.

L’Integrazione delle parti mancanti, prevista al fine di restituire l’unità di lettura dell’opera con la ricostruzione di parti architettoniche o decorative, quali cornici, angoli, marcapiani, volute ecc. è stata limitata a pochissimi elementi ed è stata eseguita con malta a base di calce e polvere di pietra o materiale lapideo. Per la lastra di copertura in Rosso Verona, dove la mancanza era di parecchi centimetri, riempiti di malta cementizia con i precedenti interventi, si è proceduto all’inserimento di materiale lapideo omogeneo a quello esistente ma sano (tassellatura).

Come ultima operazione è stata prevista l’applicazione di una protezione finale, indispensabile per garantire durata all’intervento di restauro; per i paramenti che rimangono in esterno particolarmente esposti agli agenti atmosferici, sono risultati efficaci prodotti silossanici, non pellicolanti e cromaticamente neutri.

Stato di conservazione della chiesa

Le arche sono costituite principalmente da pietra di matrice locale: calcare arenaceo e pietra rossa di Verona, utilizzate in virtù delle loro caratteristiche specifiche; il primo per i conci di costruzione e per i rilievi scolpiti in quanto più tenero e poroso, la seconda per le colonne, le lastre di copertura e per i sarcofagi. Analizzando le malte di allettamento visibili dai giunti si evince che i due manufatti furono oggetto di numerose manutenzioni e forse di smontaggi e ricollocazioni.

Oltre alla presenza di una malta grossolana in base calce, sono state riscontrate numerose stuccature in malta cementizia, specialmente a collegamento con parti strutturali. Particolari dissesti e rabberciamenti erano visibili sui due sarcofagi che presentavano vere e proprie spaccature nel materiale litico. In stato di completo degrado risultavano gli intonaci delle pareti di fondo e l’intonaco che rivestiva l’intradosso delle due arche con fenomeni di esfoliazione, decoesione e distacco dalla tessitura muraria. Il più evidente prodotto del degrado era sicuramente rappresentato dal forte annerimento della superficie lapidea e degli intonaci, con presenza di concrezioni calcaree di crosta nera che, in modo diverso, rivestivano le due tipologie litiche presenti.

Responsabile del degrado l’inquinamento atmosferico con l’azione deteriore dell’anidride solforosa sulle componenti costitutive delle due pietre: la pietra arenaria, porosa e friabile, attaccata dalle piogge acide subisce un forte degrado della matrice calcarea e di quella argillosa di cui è composta con fenomeni di decoesione e distacco di frammenti; la pietra rossa, di porosità più bassa e decisamente più tenace, viene attaccata nelle sue vene argillose provocando la scagliatura del materiale con conseguente caduta (come nelle falde di copertura delle arche).

Oltre all’azione delle piogge acide veniva rilevato il massiccio attacco di agenti biodeteriogeni quali formazioni algali e licheniche che trovavano il loro naturale insediamento soprattutto in zone non irraggiate o tendenzialmente più umide.

Intervento di restauro sulla chiesa SS. Apostoli di Verona

Precisando che l’intervento si è svolto con medesime operazioni sui due manufatti, ma che, ovviamente, proprio per alcune sostanziali esigenze di risultato, lo stesso è stato differenziato in virtù dell’esigenza di tempistiche di applicazione del prodotto o per la ripetizione di una fase rispetto all’altra, nella descrizione che segue andremo a descrivere gli steps fondamentali che hanno portato al risultato finale.

Le fasi di intervento sono state le seguenti:

  • Rimozione dei depositi superficiali
  • Messa in sicurezza di elementi incoerenti pericolanti
  • Rimozione delle stuccature cementizie e materiali inidonei
  • Trattamento biocida preliminare
  • Pulitura della superficie litica con azione chimica
  • Rifinitura della pulitura con micro sabbiatura di precisione
  • Tassellatura con marmo di una lastra tombale
  • Stuccatura delle fessurazioni e dei giunti
  • Adeguamento cromatico
  • Applicazione di protettivo

Rimozione dei depositi superficiali

Per un corretto approccio con i manufatti è stata eseguita la spolveratura manuale utilizzando pennellesse e rimuovendo incrostazioni incoerenti, guano, ed accumuli di sudiciume.

Messa in sicurezza di elementi incoerenti pericolanti

E’ stato effettuato un controllo puntuale di parti pericolanti di intonaco o scagliature litiche effettuando microiniezioni con resina acrilica in soluzione (Acril 33 al 7%) ai fini di assicurare le parti per le successive operazioni di pulitura.

Rimozione delle stuccature cementizie e materiali inidonei

Blocchi cementizi o stuccature improprie in cemento sopralivello sono state rimosse meccanicamente, utilizzando scalpelli a mano.

Trattamento biocida preliminare

Su tutte le superfici interessate da presenza algale e/o lichenica è stato effettuata l’applicazione di Biocida (Biotin T in soluzione al 5%); lasciata agire per 24 ore ed appurato un netto cambio cromatico della superficie, segnale dell’effettiva azione del prodotto. È stata effettuata anche la spazzolatura meccanica dei depositi dei corpi lichenici e il lavaggio delle superfici.

Pulitura della superficie litica con azione chimica

Considerando la consistenza patina di annerimento e le concrezioni in crosta nera, e dopo avere effettuato alcuni test preliminari, è stato scelto di effettuare l’impacco con soluzione satura di carbonato di ammonio sospesa su supportante composto da sepiolite e polpa di carta (Arbocell 1000). È stato steso uno spessore di circa 2cm sulle parti interessate e protetto con pellicola trasparente, lasciato in posa per più di 24 ore. Rimosso l’impacco la superficie è stata trattata con spazzolini e spugne completando l’operazione con abbondanti sciacqui di acqua demineralizzata e, se ritenuto opportuno, riapplicato l’impacco per altrettanto tempo fino al raggiungimento del risultato voluto.

Rifinitura della pulitura con micro sabbiatura di precisione

Ai fini di ottimizzare la pulitura, intervenendo localmente su residui di crosta persistente, è stata utilizzata la micro sabbiatura di precisione con ugello da mm3 con azione di ossido di alluminio. Con questa operazione di finitura è stata possibile la rimozione puntuale di residui di patina scura e il rispetto delle aree circostanti già ripulite con l’impacco chimico.

Tassellatura con marmo di una lastra tombale

L’arca detta Zavarise, limitatamente al coperchio del sarcofago presentava notevoli problemi di fratture rabberciate in passato. È stato scelto di rimuovere completamente le vecchie stuccature, riposizionare correttamente il coperchio del sarcofago,rotto in più parti, ed eseguire le tassellature con pietra analoga a quella esistente. Per gli incollaggi dei tasselli è stata impiegata resina epossidica e perni in VTR.

Stuccatura delle lacune, delle fessurazioni e dei giunti

La fase di stuccatura si è differenziata nelle scelte di resa estetica tenendo conto della tipologia del materiale litico, per le stuccature interne a conci e lastre, e dei giunti tra le diversi parti costruttive. Pertanto, per quanto riguarda le stuccatura sulla pietra arenaria è stato realizzato un impasto composto da polvere di marmo gialla, calce idraulica Lafarge, resina acrilica; per quelle su pietra Rosso Verona è stata utilizzata polvere di marmo rossa, calce idraulica Lafarge e resina acrilica.

Tra le parti costruttive, ossia per i giunti tra lastre e conci è stata eseguita una maltina neutra a base di calce e sabbia di media granulometria.

Adeguamento cromatico

Le stuccature sulle lastre marmoree in Rosso Verona sono state opportunatamente velate utilizzando pigmenti naturali e latte di calce fino al raggiungimento di una mimesi con il tono di riferimento.

Applicazione di protettivo

Sulle due arche è stato applicato protettivo silossanico (Silo 111). L’uso di un protettivo idrorepellente consentirà di far defluire rapidamente dalle superficie litiche l’acqua piovana e rallentare il processo di insediamento di colonie algali e fungine. Va però rammentato che il film protettivo idrofobo ha una durata di circa tre anni e che una programmazione manutentiva si renderebbe indispensabile per proteggere i monumenti nel tempo.

Intonaci

Per gli intonaci presenti nell’intradosso e nei fondi, consolidati i pochi lacerti di vecchio intonaco presente è stato riproposto un intonaco eseguendo un sottofondo di arriccio con calce idraulica e sabbia grossa e successivamente un intonaco di media granulometria lavorato al grezzo. Per adeguare cromaticamente gli intonaci ai toni del materiale litico è stata eseguita una velatura con latte di calce pigmentato sull’intera superficie.

La restauratrice

Daniela Campagnola

Restauro chiesa SS. Apostoli Verona

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